PERCHÈ HO CHIAMATO QUESTO SPAZIO “IL MENABÒ”

Se hai navigato tra le pagine del mio sito, ti sarai accorto che la sezione dedicata alle storie, alle riflessioni e agli approfondimenti non si chiama semplicemente “Blog” o “Articoli”. Ho scelto di chiamarla IL MENABÒ. È una parola dal suono strano, un po’ rétro, che forse hai già sentito masticare da qualche giornalista o grafico di vecchia data. Ma che cos’è esattamente, un menabò? E soprattutto, perché ho voluto legare un termine così specifico al mondo della casa e dell’immobiliare?
Per capirlo dobbiamo fare un piccolo viaggio nel tempo, tornando a quando i giornali e i libri si facevano letteralmente a mano, prima dell’arrivo dei computer. Nelle redazioni degli anni ’60, in mezzo al caos di fogli sparsi e fotografie da tagliare, il menabò era una guida fondamentale. La parola deriva dal dialetto milanese mena-bò, ovvero “mena-bue”, il bastone o la persona che guida i buoi che trainano l’aratro. Nel giornalismo era un fascicolo di pagine bianche su cui il grafico incollava i testi provvisori e schizzava gli spazi per le foto. Era, in pratica, la bussola visiva che guidava i tipografi prima della stampa definitiva.
Ma c’è una seconda storia dietro questo nome, ed è quella che mi sta più a cuore. Nel 1959, due giganti della nostra letteratura come Elio Vittorini e Italo Calvino decisero di fondare una rivista per la casa editrice Einaudi, e la chiamarono proprio Il Menabò di letteratura.
La scelta di lanciare questo progetto a Torino in quegli anni non fu affatto casuale. La città era l’epicentro del miracolo economico italiano, un posto che cambiava pelle ogni singolo giorno a una velocità impressionante. Il cuore pulsante di tutto era la FIAT, che attirava ogni mese migliaia di persone. Dalla stazione di Porta Nuova scendevano intere famiglie arrivate con i “treni del sole” dal Sud Italia, catapultate di colpo dentro i ritmi ferrei e alienanti della catena di montaggio.

Torino stava letteralmente esplodendo e sorgevano interi quartieri dal nulla. Zone che oggi conosciamo benissimo, come le Vallette o Mirafiori, stavano vivendo la loro vera e propria metamorfosi urbana e demografica, legandosi a doppio filo al destino industriale della città. Erano luoghi nati su radici antiche: il nome “Le Vallette” derivava da un podere d’epoca romana e poi da una cascina del 1634, mentre “Mirafiori” prendeva il nome dal castello sabaudo di Miraflores, che Carlo Emanuele I aveva fatto costruire nel 1585 per la moglie e che poi andò distrutto, sorgeva all’estremità meridionale di Torino, esattamente sulle rive del torrente Sangone, nell’area che oggi corrisponde all’antica Borgata Mirafiori (nel quartiere Mirafiori Sud).
Eppure, la loro nascita moderna avveniva proprio in quel momento.
Per Mirafiori la scintilla era scoccata nel 1939 con l’inaugurazione del mastodontico stabilimento FIAT, ma fu tra il 1950 e il 1970 che l’area residenziale esplose vertiginosamente, quando per accogliere la marea di operai vennero edificati i grandi complessi di palazzi che oggi definiscono Mirafiori Nord e Sud, come le case popolari di via Artom o il quartiere Centro Europa. Alle Vallette, invece, il quartiere moderno prese forma su carta nel 1957, grazie a un grande piano urbanistico di edilizia popolare coordinato dall’INA-Casa e firmato da un team di architetti in cui figurava anche Gino Levi-Montalcini. I cantieri partirono nel 1958 e, curiosamente, nel 1961, prima di accogliere i residenti definitivi, una parte delle case appena pronte venne usata come “villaggio internazionale” per ospitare gli atleti e i giornalisti arrivati per le celebrazioni di Italia ’61, il centenario dell’Unità d’Italia. Nel novembre di quello stesso anno vennero finalmente assegnati i primi alloggi alle famiglie, avviando una trasformazione che si sarebbe conclusa nel 1968.
Erano alveari di cemento costruiti in fretta e furia per dare un tetto a una nuova Torino. La città si ritrovava sospesa tra i contrasti fortissimi del boom, con le prime utilitarie che ingorgavano i corsi, e le profonde tensioni sociali, la solitudine dello sradicamento e il razzismo strisciante di chi non affittava le case ai meridionali.
Vittorini e Calvino non guardavano questo scenario dalle finestre di un ufficio polveroso. Sentivano il rumore delle presse, vedevano la città trasformarsi e capivano che la modernità stava ridisegnando non solo le strade, ma la psicologia stessa degli italiani e il loro modo di abitare. Volevano che la loro rivista fosse un cantiere aperto, un vero e proprio laboratorio per capire dove stesse andando il mondo. Ne uscirono solo dieci numeri tra il 1959 e il 1967, ma affrontarono temi incredibilmente moderni. Nel loro celebre numero 4, intitolato Letteratura e industria, si chiesero proprio come gli scrittori potessero raccontare la fabbrica, le nuove città che crescevano e i ritmi della produzione senza cadere nella retorica. Esplorarono i nuovi linguaggi delle avanguardie, il ruolo civile dell’intellettuale e cercarono persino una via europea collaborando con intellettuali francesi e tedeschi.


Dietro le quinte c’era un lavoro enorme fatto di accese discussioni, perché i due fondatori avevano caratteri e approcci totalmente opposti. Vittorini era l’anima passionale e istintiva, sempre pronto a entusiasmarsi per un giovane autore esordiente anche se scriveva in modo grezzo, purché nei suoi testi ci fosse energia. Calvino, al contrario, rappresentava la razionalità e la severità geometrica: analizzava i testi al microscopio e riempiva i margini dei fogli di microscopici punti interrogativi a matita appena qualcosa non filava a livello logico o stilistico. Per decidere cosa pubblicare, i due si scambiavano lettere fitte di commenti e usavano un vero e proprio codice segreto di simboli. Una “C” cerchiata significava “Caldamente consigliato” (il massimo dei voti per entrambi). Un punto esclamativo “!” indicava un testo buono ma che aveva bisogno di essere tagliato e modificato con il bisturi di Calvino. Una “P” sbarrata, invece, significava “Pessimo”, da scartare senza pietà. Ogni numero era il risultato di questo incredibile corpo a corpo tra l’impulso e la precisione.
C’è un’altra stranezza che faceva impazzire i lettori e i librai dell’epoca: Il Menabò non aveva una data di uscita fissa. Non era un mensile, né un trimestrale. Potevano passare sei mesi tra un numero e l’altro, oppure un anno intero. Usciva solo quando i due direttori sentivano di avere qualcosa di veramente importante e dirompente da dire, rifiutando le scadenze del mercato. Questa totale anarchia temporale era una scelta precisa: la cultura ha bisogno dei suoi tempi, non può essere sottomessa alle dinamiche commerciali. Quando Elio Vittorini scomparve prematuramente nel 1966, Calvino decise di chiudere il progetto con il decimo numero uscito nel 1967, dedicandolo interamente all’amico. Senza la sua controparte a guidare i buoi, il viaggio era finito.
Ma allora, cosa c’entra tutto questo con i mattoni, il mercato immobiliare e l’abitare? C’entra tantissimo, perché se ci pensi bene, la CASA è il menabò per eccellenza della nostra vita.
Proprio come succedeva nella Torino del secolo scorso, dove lo sviluppo urbano ed economico si intrecciava strettamente con il bisogno umano di trovare un tetto e stabilità, anche oggi muoversi nel mercato immobiliare significa dare una direzione alla propria esistenza. Trovare la casa giusta, venderla per cambiare rotta, ristrutturarla o fare un investimento sono passi che non compiamo mai per caso. Prima della firma, prima dei muri definitivi, c’è sempre una fase di progettazione, di sogni messi sulla carta e di incastri delicati. Comprare o cambiare casa significa prendere il caos dei propri desideri, delle necessità della propria famiglia e del proprio budget, e provare a dargli una forma armonica. Significa, a tutti gli effetti, tracciare il layout del proprio futuro.
Ecco perché ho voluto chiamare così questo spazio. Rifiuto l’idea di un blog pieno di articoli freddi, scritti di fretta solo per compiacere gli algoritmi del web o infarciti di tecnicismi burocratici. Ho voluto creare la mia officina personale, un luogo dove mettere in ordine le idee sul mercato, approfondire i trend dell’abitare, capire l’evoluzione delle nostre città e parlarti di architettura e design con cura e attenzione ai dettagli.
Le decisioni più importanti della vita non si prendono di fretta: hanno bisogno di spazio, di ascolto e del giusto tempo per maturare. Accomodati tra queste pagine, rallenta il ritmo e iniziamo a dare forma al tuo futuro, insieme.






